Elio Castellana
Taboo

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Taboo (2020)
Mixed-media installation

materiali: Vetro, plexiglass, specchio pvc, legno, vernice, led.
dim.: 42x42x44 cm
video: dur. 1’

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Taboo è nato su sollecitazione del collettivo SpazioY/Officine (recentemente ospite della mostra Materia Nova. Roma nuove generazioni a confronto, presso il museo civico di arte moderna di Roma), il quale mi ha invitato a riflettere tramite il mio lavoro sulle necessità basilari per un artista nel periodo post-covid. E io non ho potuto non confrontarmi con il nucleo concettuale evocato dalle parole distanza, separazione, inaccessibilità . Se da un lato, tutto ciò implica una sfocatura della identità personale e sociale, dall’altro, nella sua essenza simbolica è il fondamento del sacro, inteso nel senso più alto, fondativo di “sacer”, spazio inviolabile, separato dall’umano, di natura divina. E’ in questa doppia accezione del termini che, da una mia antica idea artistica nasce Taboo. Un cubo di specchi che ne ingloba un altro, separandolo e al contempo traslandolo in una dimensione ancestrale, di natura non umana, proprio in virtù di questa inaccessibilità. La natura stessa dei materiali, unitamente a un sofisticato gioco di luci, avvia un gioco di riflessi infiniti e multidirezionali che magnificano il concetto di “mise en abîme” che da anni caratterizza la mia ricerca artistica, dando a chi guarda il privilegio di poter godere di questa infinita riflessione liberandosi al contempo della propria corporeità di essere umano., proprio nel momento in cui la sua immagine dovrebbe essere riflessa. Taboo è la posta in essere di uno sguardo smaterializzato, di un occhio senza carne, di un punto di fuga senza macchia oscura, senza scotoma, memore di una storica e infinita riflessione intorno al tema dello sguardo e della rappresentazione prospettica nell’arte. In questo lavoro infatti l’opera va osservata a distanza di sicurezza, poiché se ci avviniamo troppo il nostro riflesso, seppur fiocamente, compare sulla superficie esterna del cubo, restituendoci, è vero, la nostra identità, ma al contempo privandoci di una pura visione disincarnata, virtualmente infinita E’ inquietante che gli stessi elementi quali la separazione, la distanza, l’inaccessibilità possano essere vissuti quotidianamente sia come privazione delle qualità più squisitamente umane sia essere le basi stesse per l’instaurazione della società che proprio nell’individuazione del capro espiatorio, dell’homo sacer, ossia dell’essere umano intoccabile e sacrificabile, e dunque privato del diritto alla soggettività (e del diritto allo sguardo personale) siano allo stesso tempo la condizione ontologica della comunità e della civiltà umane.

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